Esistono decine di corsi online che promettono in sei mesi l’apprendimento delle competenze necessarie a diventare un programmatore professionista: il mondo della programmazione è esploso e le figure sono ricercatissime. Ma è davvero possibile vendersi come programmatori in così poco tempo?
Si accenna senza pretese a donne nell’informatica, le prime; a TikTok in EU, a un anno di guerra e ai podcast, agli scacchi e all’obsolescenza dei software; a fotografi che non lo sono, al suono dei modem e ai fessi.
Lavorare sempre da casa è la vera libertà? Senza uscire, senza luoghi, senza abitudini, senza legami, senza condivisioni, senza caffè, senza vissuto, cosa resta della giornata di lavoro?
È passato oltre un mese da quando ho deciso di ricostruire il blog con il framework per siti statici Hugo: condivido qualche dato che chiaramente non fa accademia ma m’aiuta a capire come viene fruito questo microscopico angolo di web.
Quando mi sveglio durante la notte, il primo pensiero che ho è quello di approfittarne e di sfruttare quel tempo rubato al sonno. La sensazione naturale che provo è quella di trarre vantaggio dalla mia insonnia. Abbiamo smesso di dare valore al dolce far niente.
Su Twitter, che ha bloccato l’autenticazione 2FA per chi non paga e che ha messo il turbo ai tweet di Musk, e su Bing, che pare «un po’ rimbambita», ma che non dobbiamo temere. Per ora.
Saper chiedere a un robot è, oggi, parimenti importante che sapersi leccare l’indice per sfogliare il Piccolo Palazzi: è acquisire competenze formative che serviranno sempre e in migliaia di contesti diversi. La conoscenza nasce dallo stimolo all’approfondimento, alla curiosità e alla competenza. È quello che insegnerò a mia figlia.